02 gennaio 2020

'MONTERUGA' frammenti di storia








"Il minuscolo borgo di Monteruga
 sorge durante il ventennio fascista e, 
con le sue case, la scuola e la chiesa,
è solo un puntino nelle campagne di Veglie (Le),
che volgono dolcemente verso il Mar Jonio.


 Adriana Diso c’era: la scuola,  ....
 con il suo grembiulino nero,
 sul vicino “monte” a guardare il tramonto,
 nella sua casa,
 diventata tanto fredda dopo la morte della mamma. 

Adriana ci è rimasta: 
ha visto fiorire il suo giardino
 tra le mani della mamma “nuova”,
 ha ricamato il suo “corredo” con le amiche
 e poi ha sposato il suo Biagio, lì, nella chiesa.

 Adriana Diso,
 come tutti gli altri abitanti, 
ha lasciato Monteruga ormai da 40 anni e
 con il suo libro ci ritorna con il cuore. 

...Ed un sospiro."

La vita, a Monteruga, se n'è andata trent'anni fa. 
E non è vero che a volte il tempo si ferma: qui ha scavato lentamente,
 permettendo all'incuria e alla desolazione di trasformare 
una fiorente azienda agricola in un paese fantasma. 
Salento, sulla strada che congiunge San Pancrazio salentino a Torre Lapillo:
 Monteruga è un borgo nato in epoca fascista,
dallo sviluppo dell'omonima masseria che come tante altre

 costellava le campagne tra San Pancrazio, Salice e Veglie.
 La frazione appartiene tuttora a quest'ultimo comune,
 e continua a essere segnalata dalle indicazioni stradali di recente fattura.
 Eppure, a voler entrarci, non è semplice.
 Bisogna ignorare i cartelli arrugginiti che indicano la proprietà privata,
 e una volta arrivati in quella che un tempo era la piazza centrale,
 non farsi prendere dalla suggestione.
Il portone della chiesa è sfondato, come nel più banale dei film dell'orrore. 

All'interno i calcinacci hanno invaso l'altare, e fuori la scena non è poi tanto diversa:
 il porticato dove un tempo c'erano le dimore dei contadini 
- anche stagionali, fino ad arrivare a 800 abitanti - 
sta crollando, come il soffitto di buona parte degli edifici,
 di quello che un tempo era il frantoio, del deposito tabacchi e della cantina.
 Sì, perché a Monteruga c'era tutto il necessario perché si parlasse di 
un vero e proprio paese: la scuola rurale e la caserma, 
la chiesa e il dopolavoro, la piazza e il campo da bocce.
 Qui la vita c'era, fino a metà degli anni '80,  e ha lasciato il segno. 
Quell'agglomerato di epoca fascista 
- con i motti tipici del regime ancora leggibili all'interno dello stabilimento vitivinicolo - riuniva le masserie dei dintorni, nuclei isolati che avevano visto la possibilità
 del salto di qualità quando la Sebi
 (Società elettrica per bonifiche e irrigazioni)
 aveva acquistato un paio di strutture dell'Arneo,
 accaparrandosi oltre mille ettari di terreno.
Era il progresso, e a Monteruga erano arrivate famiglie intere dal 

basso Salento e da altre regioni. 
C'era una comunità autonoma che viveva dei prodotti della terra 
- divisi ovviamente in percentuali, a favore dell'azienda - 
c'erano amori e matrimoni, campi estivi e comunioni.
 "La festa più attesa era quella di sant'Antonio, il 17 gennaio.
 Nostro padre comprava i regali per i bambini, per conto dell'azienda",
 ricordano Elio e Adriana Diso. 
Loro a Monteruga ci sono nati, erano 
"i figli del fattore Pippi, privilegiati perché la nostra casa era l'unica 
con il bagno interno. 
Le altre, una cucina e una camera da letto per famiglia,
 ce l'avevano all'esterno".
 I ricordi di Elio e Adriana sono quelli di ogni infanzia spensierata,
 vissuta inseguendo un pallone all'aria aperta o giocando con le bambole,
 "in una distesa di pini infinita".
 Adriana a Monteruga si è pure sposata, alla fine degli anni '70. 
Il declino del suo paese d'origine, di quel luogo del cuore che
 ormai esiste solo nella sua memoria, sarebbe arrivato di lì a poco.
 Complice la privatizzazione, la spartizione dei terreni,
 la pulsione dei centri urbani che attiravano a sé sempre più agricoltori.
 Monteruga si è sfaldato come una zolla,
 passando da una mano all'altra:
 dopo l'Ente riforma e l'Iri,
 si è parlato di un influente esponente del partito socialista dell'era Craxi, 
di un borgo usato come merce di scambio politico
 - soprattutto per il valore degli sconfinati terreni circostanti, molto fertili -
 dell'interesse di vari imprenditori fino a Maurizio Zamparini,
 il presidente del Palermo calcio che un paio d'anni fa
 aveva messo gli occhi sulla proprietà,
 con l'obiettivo - poi sfumato - di trasformarla nel più grande
 parco fotovoltaico d'Europa.
 Il risultato è che Monteruga è ormai morto,
 se non fosse per la memoria di chi ci ha vissuto.
 Le istituzioni hanno chinato troppo spesso il capo, 
non hanno voluto vederne le potenzialità:
 altrove una realtà del genere sarebbe già listata come uno dei
 "borghi più belli d'Italia". 
 
Così come sarebbe stato semplice intravedere l'attrattiva turistica

 che il Salento aveva cominciato a esercitare per farne un resort di lusso,
 di quelli che tanto piacciono agli stranieri. 
Ancora, Monteruga è in una posizione strategica,
 sulla linea che congiunge l'Adriatico allo Ionio,
 proprio accanto alla pista Prototipo acquisita di recente dalla Porsche.
 Invece niente, il borgo resta a guardare e diventa ogni giorno più spettrale.

 L'unico turismo che sembra conoscere è quello dell'abbandono,
 quello di curiosi o audaci che si infilano tra sterpaglie ed edifici
 fatiscenti alla ricerca di nulla in particolare.
 È un fantasma, che ogni tanto ritorna agli onori delle cronache.

 fonte: http: bari.repubblica.it

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